La Costituzione e le regole nei partiti

20 marzo 2011 in Parliamone insieme, Politica

di Giulio Ripa, dal blog condividere.net

Art. 49. Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale.

Art. 67. Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato.

Nei due articoli della Costituzione italiana sopra citati si possono dedurre alcune considerazioni.
I cittadini si possono associare liberamente in partiti, ma non ci sono norme che indicano come organizzare internamente la vita del partito. La costituzione italiana non ha dato una personalità giuridica ai partiti.
In più un membro del parlamento nell’esercizio delle sue funzioni non è vincolato ai cittadini che lo hanno eletto, perchè rappresenta la Nazione.
La Costituzione, nella sostanza non ha definito le regole sulle modalità di fare politica.

Per come sono andate le cose nella repubblica italiana, senza entrare nel merito dei due articoli della Costituzione, possiamo affermare che in Italia da molti decenni si è formato una partitocrazia, una casta autoreferenziale che si alimenta mediante un sistema che si mantiene grazie alla corruzione e su un clientelismo largamente e profondamente condiviso. Questo vuol dire che i partiti hanno regole magari non scritte che favoriscono una politica degenerata e degenerante.

Vediamo allora attraverso quali “regole” i partiti si sono organizzati per fare “politica” e quali sono gli antidoti necessari che possono essere adottati ora, senza aspettare cambiamenti istituzionali o legislativi che richiedono tempo e compromessi con tutte le forze in campo.

I punti fondamentali da affrontare sono:
1- organizzazione e finanziamento del soggetto politico
2- distribuzione del potere
3- procedure elettorali.

1- L’organizzazione di un partito normalmente ha queste caratteristiche: burocratizzazione, impersonalità, delega ai livelli centrali, svalutazione dei livelli locali, struttura piramidale con a capo un leader, etc.
Le adesioni al partito che avvengono attraverso il tesseramento diventa in questo contesto l’elemento determinante nella vita del partito. Le tessere diventano un gioco di potere che attraverso il clientelismo più che il proselitismo determinano i rapporti di forza interni al soggetto politico. Più tessere equivale a più potere. Più tessere amiche significa avere più delegati amici quando ci sarà il congresso. Con le tessere si costruiscono le carriere politiche.
Non è un caso che all’approssimarsi dei congressi il tesseramento diventa spesso causa di conflitti interni insanabili all’interno dei partiti. Ci sono stati dei casi in alcuni partiti dove risultavano più tessere che voti presi durante le elezioni.

Una regola da scrivere potrebbe essere che il numero dei delegati eletti a rappresentare le istanze dei vari livelli territoriali nel soggetto politico, dovrebbe essere calcolato in proporzione al numero di residenti e non al numero di tessere (o adesioni).
Un cambiamento più profondo potrebbe farlo un soggetto politico federato che sviluppa una organizzazione a rete distribuita sul territorio, costituita da associazioni e movimenti civici, dove i cittadini senza delegare nulla a nessuno, con un flusso di decisioni che va dal basso verso l’alto, possono concorrere democraticamente a determinare le scelte politiche del soggetto politico.
Per questo, il soggetto politico sopra definito, rende trasparente le proprie azioni pubblicando su internet gli atti delle procedure collegate, in modo che i cittadini interessati possano non solo partecipare agli incontri e alle assemblee tradizionali, nei luoghi e nei tempi previsti, ma anche di informarsi, discutere, progettare e decidere online senza limiti di spazio e tempo predeterminati.
In questo modo i costi della politica si possono ridurre evitando i costi dell’apparato (circoli, sezioni, etc) dei partiti, pur mantenendo una presenza radicata nel territorio.

Ma anche come avviene il finanziamento di un partito è fondamentale per la sua vita democratica interna. Dopo tangentopoli un’azienda, una lobby economica può finanziare un partito oppure un suo candidato con l’unico vincolo di registrare tale finanziamento.
Al di là del finanziamento pubblico dei partiti che è un argomento su cui occorre discutere, proprio il finanziamento del sistema dei partiti da parte del sistema economico ha fatto in modo che i partiti non sono più al servizio dei cittadini, ma hanno come riferimento “i grandi elettori” cioè i poteri economici-finanziari.
Visto che non è obbligatorio, l’alternativa è rifiutare questo tipo di finanziamento. E’ meglio procedere con l’autofinanziamento.
I 20.000 euro mensili di un parlamentare o i circa 10.000 euro mensili di un consigliere regionale in Italia alla fine fanno perdere qualsiasi rapporto con i cittadini basato su ideali di giustizia ed uguaglianza.
Allora l’autofinanziamento può avvenire mettendo un tetto massimo di retribuzione netta per eletti e nominati, il resto si dà al soggetto politico che ha sostenuto l’elezione.
A livello nazionale e regionale gli eletti e i nominati trasferiscono tutto il percepito alla cassa comune nazionale, dalla cassa viene passato all’eletto o al nominato una somma mensile che integri eventuali redditi (pensioni, rendite, ecc.) fino a garantire una retribuzione massima limitato ad un salario medio-alto o che non superi il livello medio dei rispettivi eletti europei. Per esempio a livello regionale 2.500 euro al netto delle spese potrebbe essere un punto di arrivo per svolgere tale carica istituzionale.

2-Un’altra regola non scritta nei partiti è l’accentramento del potere.
Questo avviene attraverso il cumulo di cariche politiche, elettive, pubbliche ed istituzionali.
Ad esempio un parlamentare che è anche dirigente di un partito non solo non ha, come dice la costituzione, nessun vincolo di mandato rispetto agli elettori che lo hanno eletto, ma essendo anche dirigente del partito può agire senza nessun controllo della base del partito di appartenenza.
Per cui sarebbe più giusto svolgere una sola carica. Carica di responsabilità nell’organizzazione del partito oppure una carica elettiva; una carica pubblica ad esempio all’interno di una azienda partecipata oppure una carica politica; chi svolge una carica istituzionale ad esempio governatore della regione non può svolgere la funzione di dirigente di un partito; chi fa il ministro non può fare il sindaco di un paese, etc. In questo modo il potere all’interno di un partito viene distribuito meglio, senza creare “boss” locali o nazionali.

3- Attualmente sono le segreterie dei partiti a scegliere i candidati alle elezioni.
Poche persone decidono per milioni di elettori chi eleggere.
Per ovviare a questo, in attesa di futuri cambiamenti del sistema elettorale, si può applicare il metodo delle elezioni primarie di collegio e di programma, per la designazione dei candidati alle elezioni a qualsiasi livello istituzionale.

Inoltre è meglio scrivere la regola, nella vita interna del partito, che tra i requisiti di un candidato se vuole presentarsi alle elezioni, visto l’abbondanza nel parlamento italiano di imputati e condannati, non dovrà avere riportato sentenze di condanna in sede penale, anche non definitive.

Ci sono molti politici che hanno trasformato in una professione quello che dovrebbe essere un servizio civile a favore di tutti i cittadini. Quindi ineleggibilità oltre il secondo mandato a tutti i livelli istituzionali. Ogni candidato non dovrà avere assolto in precedenza più di un mandato elettorale, a livello centrale o locale, a prescindere dalla circoscrizione nella quale presenta la propria candidatura.
Molte volte per rapporti di forza interni, i partiti candidano per le elezioni persone che non hanno nessuna relazione con il territorio, per cui sarebbe meglio che chi intende avanzare la propria candidatura dovrà risiedere in una delle circoscrizioni elettorali dove si svolgeranno le elezioni.
Un’altra regola non scritta sono le candidature plurime nelle diverse circoscrizioni elettorali. Molti partiti presentano durante le elezioni politiche candidati di bandiera che di solito sono i leader di partito. Un elettore lo vota, ma poi dopo le elezioni è il leader che sceglie chi deve andare al parlamento nelle circoscrizioni dove lui è stato eletto. Quindi una regola da scrivere sarebbe quella di vietare candidature plurime nelle diverse circoscrizioni elettorali.

Altra regola che manca nella vita di un partito sarebbe quella di vincolare i candidati eletti alle seguenti condizioni:
a) Il soggetto politico provvederà a pubblicare in Rete, in un apposito ed adeguato spazio web, l’elenco dei candidati ed il loro curriculum vitae, denuncia dei redditi e situazione patrimoniale, con il proprio programma di governo ed istituirà contemporaneamente un blog aperto a tutti i cittadini che consenta il libero scambio di opinioni e critiche con i componenti della lista dei candidati.

b) obbligo di firma di una fideiussione (prima della accettazione della candidatura) che garantisce un finanziamento al soggetto politico che ha sostenuto l’elezione da parte di una banca (a garanzia c’è l’indennità e la diaria percepita dall’eletto) di una somma corrispondente al totale delle indennità e delle diarie fino alla fine del mandato, a partire dal mese in cui l’eletto: cambia gruppo o schieramento politico, sospende di conferire le indennità e le diarie alla cassa comune nazionale, non si dimette al termine del periodo di rotazione.
I due vincoli cercano di riequilibrare il rapporto tra eletti ed elettori.
L’eletto pur essendo senza vincolo di mandato, con queste regole gode di minori privilegi della casta ed è più sotto controllo dei cittadini.

Chi vuole un cambiamento nelle modalità di fare politica può, ora, scrivere nuove regole all’interno dei rispettivi statuti fondativi. E’ possibile, perché questo tipo di cambiamento dipende solo dalla volontà di chi vuole cambiare. I cambiamenti che dipendono anche dagli altri, esigono tempo e sono difficile da ottenere, valgono solo come prospettiva.

Le buone intenzioni non bastano. Molte volte i pensieri vengono espressi solo per fare carriera da chi vive la politica come mestiere. Bisogna trasformare i sogni in fatti concreti. Esperienze passate, come quelle dei radicali o anche dei verdi, che rispetto alla partitocrazia avevano posizioni molto più estremiste di alcuni movimenti politici che si ritengono distinti e distanti dai partiti attuali, sono risultate fallimentari senza scrivere buone regole negli statuti fondativi dei soggetti politici, facendo così rientrare a pieno titolo nella loro vita organizzativa un agire diverso nel modo di fare politica. Perché, poi, alla fine nella politica contano i pensieri trasformati in azioni che determinano la reale volontà di cambiamento come soggetto politico.

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1 risposta a La Costituzione e le regole nei partiti

  1. Prima di parlare di Costituzione bisognerebbe cambiare la riforma elettorale porcata.

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