Il racconto della RETE: 8 marzo, festa della donna.

8 marzo 2010 in Parliamone insieme, Politica, Senza categoria

Donne e lavoro. Ma anche no. mimosa piccola

Di Lucia Mazzanti, candidata consiglire
Per molti anni ho creduto che essere una Donna, all’alba del nuovo millennio, equivalesse all’indipendenza dall’uomo, oltreché psicologica, o emotiva, o sociale, sopratutto economica.
Sono perciò incappata nell’idea (cavalcata guarda caso dai regimi totalitari di tutti i colori) che fosse il lavoro a rendere gli esseri umani liberi, e che per le donne, che per millenni la libertà l’avevano solo scritta, immaginata, sognata,  il lavoro liberasse perfino al quadrato.
Un’idea da cui è scaturita tutta una generazione di donne che si farebbero scannare pur di dire che sono mantenute dal marito, che vivono da dieci anni col compagno ma ancora fanno i conti appena usciti dal ristorante, che si sono perse serenità e salute dietro una programmazione giornaliera fra supermercato, scuola dei figli e riunioni in ufficio da far impallidire un finalista di pentathlon.
Una donna che di fatto ha finito per arrivare al fronte opposto da cui era partita, cioè ritenere che il suo essere donna vera fosse direttamente proporzionale alla sua ingannevole somiglianza con l’altra metà della specie.
E dunque ho lavorato. Circa una diecina d’anni, notte e giorno, domeniche e feste comandate, fino allo scontrarmi con la sconcertante realtà che una donna, finché si finge un uomo sul posto di lavoro, forse riesce a strappare gli stessi abbietti contrattucci precari del suo alter ego maschile, ma quando si trasforma magicamente da donna a madre (accadimento che per gli uomini è quantomeno infrequente) perde persino quella parvenza di uguaglianza che si era guadagnata in  quegli anni di sudatissima autoproduzione di supplementari zebedei.
Ricordo che, come augurio sincero per le nozze, il mio di allora datore di lavoro mi disse di comunicare alla presidenza un’eventuale gravidanza non appena ne avessi avuto la minima avvisaglia…
E non è tanto il mobbing (ancor più tagliente se inflitto da altre donne, altre madri), nemmeno la malcelata minaccia che il contratto che ti si offre è a tempo indeterminato perché semplicemente non è determinata la data in cui ti posso licenziare senza giusta causa, ma a farti alla fine gettare la spugna è la stanchezza di dover combattere contro un sistema lavorativo in cui fai il doppio della fatica per sopravvivere e ricevi la metà della metà del riconoscimento, sia a livello carrieristico che squisitamente monetario. Lo sapevate che anche nel sociale le alte cariche sono ricoperte in stragrande maggioranza dagli uomini, anche in associazioni in cui lavorano in stragrande maggioranza donne? Beh, sapevatelo.
Ebbene, dopo non poche nottate insonni, e non certo per colpa dell’infante, che una volta sistemato  strategicamente a fianco al lettone e “a tiro di tetta” influiva assai lievemente sul sonno famigliare, decidemmo di riconsiderare un piccolo aiuto da parte delle rispettive famiglie (non senza orgoglio e rospi da ingoiare di contorno) e un sostanzioso restringimento dei buchi metaforici alla metaforica cintura del budget di casa, diventando così da superdonna “dal lavor seppur-precario-e-mal-pagato liberata”, a donna di serie B, casalinga (orrida parola!), dipendente, mantenuta.
Ma il mio racconto ha un piccolo, personalissimo lieto fine.
E non si tratta del finale di una favola in cui il mutuo si paga da solo, le bollette pure, e le decisioni che includono frasi come “rifare gli infissi” o “andare dal dentista” si prendono come buttar giù mentine, ma una storia in cui il ridimensionare la propria vita secondo le reali necessità, secondo i bisogni veri, plasmando i ritmi della propria famiglia su un passo più piccolo, più lento, più raccolto, abbia dato a questa donna più dignità e riconoscimento di quanto non avesse mai sperato; di quanto l’aver abbandonato l’idea di sé indipendente in quanto portatrice (insana) di soldi a casa, per abbracciare quella di felicemente dipendente, tanto affettivamente quanto economicamente, da un sistema-famiglia in cui la cura e la presenza siano valutate almeno quanto il danaro, mi abbia contemporaneamente liberato da un’idea di benessere legata più al numero di automobili o di settimane di vacanze all’estero che non da quello di sorrisi e di pensieri felici; e che il sentirmi totalmente libera nel mio essere “solo” mamma di mio figlio e moglie di mio marito e amica dei miei amici non mi ha affatto allontanato dalle lotte delle mie sorelle nelle fabbriche o nei call-center, ma anzi mi ha reso una più efficace combattente in questa battaglia dell’uguaglianza, perché ora sono decisamente, completamente e strutturalmente orgogliosa di essere donna: e coltivo la speranza che ogni donna, oggi, possa sentirsi pienamente così, sia che abbia il doppiopetto a un briefing per stabilire il posizionamento del brand rispetto ai competitors, o il petto doppio sfoderato sulla panchina del parco per allattare i gemellini; perché la prima discriminazione che subiamo è quella che noi stesse ci infliggiamo, lasciando la porta spalancata a quella degli altri. Mie care donne, mamme, lavoratrici, casalinghe, sorelle mie, buon 8 marzo!

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1 risposta a Il racconto della RETE: 8 marzo, festa della donna.

  1. VIVA LE DONNE!!!
    ;-)

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